Leila

Leila

La casa era un incrocio di stanze e un piccolo bagno con le piastrelle di maiolica azzurra in una via di Tunisi. La luce delle prime ore del mattino era meno calda di quella del tardo pomeriggio ma altrettanto benevola. Le porto entrambe nel cuore e negli occhi. Ogni tanto la cerco anche qui quella luce, tra queste colline che pur sono così belle da vivere e da vedere, ma non la trovo. Allora mi metto a fare qualcosa, qualunque cosa, per non sentire il rumore sordo del  rimpianto.

          Vivevamo insieme: la mia amica Kira, mia sorella Noura, io e la zia Didia in quello scorcio ai margini della città. La zia abitava con noi perché troppo piccole per stare da sole. Era una specie di tutrice affettuosa,  sorella maggiore di mia madre, una sessantina d’anni, non si era mai sposata.  Cucinava, faceva la spesa, e vigilava sulla nostra giovane età. Da Ras-djebel ci eravamo trasferite a Tunisi per lavorare in una fabbrica di tessuti e vestiti. Ero addetta al taglio, lavoravo veloce, precisa, e dopo tre anni diventai responsabile del reparto: verificavo il funzionamento delle macchine, coordinavo l’andamento della produzione, ed ero in contatto con gli uffici. Mi piaceva.

          Avevo interrotto gli studi perché seconda di quattro fratelli. Il denaro scarseggiava e fu naturale a quel tempo assecondare la richiesta dei miei genitori. Non mi mancava Ras-djebel, apparteneva al periodo dell’infanzia, un’infanzia tutto sommato serena, ma la sensazione di essere adulta, di guadagnare, di stare nel mondo, collocava i miei primi anni di  vita in qualcosa di archiviato a cui non valeva la pena di tornare nemmeno con la memoria, e poi, che m’importava del passato ora che il futuro prendeva sapore? Lo sentivo tra i denti – stavo masticando qualcosa di nuovo.

          Quella sera avevo un appuntamento con Luciano, un italiano che trasportava i tessuti per gli abiti che avremmo cucito in fabbrica. I suoi sguardi – che a lungo erano stati insistenti – si erano trasformati in parole e nessun dubbio esisteva in merito al fatto che si fosse innamorato di me. Tentennavo. Che ne sapevo in quegli anni, pochi anni, dell’amore? Tuttavia insieme a Kira, e a Noura, poiché certo da sola non avrei mai accettato, dopo il lavoro salivamo sulla sua macchina e talvolta non solo c’era un tè o un casse-croute à la Tabouna che accompagnava i nostri ritardi verso casa, ma riuscivamo- con qualche piccolo inganno- persino ad andare a ballare. (La zia Didia era buona, ma di uscire la sera con un italiano non era cosa di cui si sarebbe potuto parlare). Se per Luciano  era chiaro che si trattava di un amore importante e di matrimonio,  io a distanza di anni, di tanti anni, ancora non so dire quel che davvero sentivo. Era cattolico e per la mia famiglia, e dunque anche per me, un cattolico non poteva essere nemmeno un’ipotesi. Ripensandoci oggi, credo che il poco tempo a disposizione abbia trasformato una scelta in  una sequenza veloce di eventi. La fuga ne è stata la conclusione e va a sapere se è stata una fuga dal luogo, una fuga da abitudini strette che a vent’anni  stanno ancora più strette, o – direi oggi – una fuga da me stessa. Quella fuga che noi donne siamo brave  a mettere in pratica e a cui impieghiamo decenni a dare un nome che le renda davvero giustizia. Succedeva che Luciano, uomo paziente, mi aveva invitata a parlare con i miei, suggerendo che era disposto a diventare musulmano. Mi voleva, mi amava, che gli dicessi cosa era necessario per far sì che la mia famiglia fosse d’accordo. Non mi voleva strappare da loro, non mi voleva strappare da me stessa, mi voleva.

          Affrontai i miei genitori e non fu affatto quella tragedia che avevo temuto. Solo, temporeggiavano. Intanto ascoltavo di nascosto i loro mezzi discorsi velati di dolore, di perplessità, di delusione.

          Temporeggiavo anch’io. Deluderli era più arduo di quanto pensassi.

          Poi, non ci fu più tempo per niente: il contratto di Luciano scadeva e non sarebbe tornato in quei luoghi. Bisognava decidere in fretta e lo feci: sarei venuta in Italia.

          L’ultima notte la passai sveglia. Mia sorella dormiva, ma Kira si rigirava nel letto e io temevo che non riuscisse a mantenere il segreto che le avevo imposto. Noura non doveva sapere. Le avrebbero reso la vita difficile se avessero immaginato complicità nella fuga, ma l’attenzione fu inutile. Lei stessa, mi raggiunse in Italia un mese dopo, implorandomi di tornare. Ancora oggi mi domando come fece ad affrontare quel viaggio. Piangeva e narrava di come non le credevano di essere all’oscuro dei miei progetti e insisteva che io tornassi a Tunisi, nessuno- diceva- avrebbe fatto sparire il mio passaporto: si trattava solo di organizzare per bene il matrimonio e poi sarei tornata in Italia. Ripartì da sola, e fu un po’ come tradire quelle serate di Tunisi, quella complicità di stanchezza e gioia dopo una giornata di lavoro, di fronte a un piatto di salade mechouia o couscous preparato dalla zia. Fu dolore per entrambe. Se c’è una cosa che avevo imparato già così bene in quel tempo è quanto costi ogni volta sia stare che separare.

          Comunque quella lunga notte passò. All’alba finsi una febbre improvvisa e salutai Kira e Noura senza  guardarle negli occhi.

          Partii.

          Quel mattino, all’aereoporto di Tunisi diretta in Italia, la valigia era pesante di fotografie, documenti, ricordi. Mi ero portata dietro tutto ciò che sapevo importante, ma il lavoro no, non ero riuscita a portarmelo dietro. Non sapevo. Non sapevo che per crescere i miei figli avrei fatto lavori saltuari e talvolta, quando torno in quei luoghi e incontro le mie colleghe di allora che hanno ruoli di responsabilità, non posso fare a meno di chiedermi quale prezzo abbia avuto quel bivio.

          Quando mia figlia nacque fu una gioia per tutti e mio fratello ne fu particolarmente felice. Dal giorno in cui ero fuggita i suoi amici scrivevano sui muri delle case: “tua sorella è una puttana” e mentre io in Italia imparavo una nuova fetta di mondo lui faceva i conti con l’ignoranza che si incontra in qualunque paese. Due anni dopo tornai in Tunisia con quella bimba paffuta per farle conoscere le sue origini, e fui perdonata. Prima da mio padre: nella sua famiglia alcuni avevano viaggiato parecchio ed erano tornati portando semi di aperture che si  mescolavano a regole ferree rendendole meno immutabili;  poi fui perdonata anche da mia madre. Il dolore di lei era autentico, è sempre stata una donna molto religiosa, e con gli anni lo è ancora di più. Quando venne in Italia e vide che ero felice, vide che mio marito era una persona per bene, che vivevo in una bella casa, smise di preoccuparsi per le cose su cui di solito si preoccupano le madri, e raccontò di quell’unico cruccio: non c’era stato un tradizionale matrimonio musulmano. Più che un cruccio forse era un buco nel cuore.

          Ogni tanto ritorno nella casa di Tunisi. Ci vive Kira, da sola, in quelle stanze ora troppo grandi di cui fatica a pagare l’affitto. Arrivo con dei regali- cose utili in genere-  e mentre chiacchieriamo è come se trent’anni scivolassero via.

          Didia, la zia ha oramai novant’anni e vive con mia madre e i miei fratelli.

          Noura si è sposata ed è tornata a Ras-djebel.

          Io vivo qui, in Italia, e non potrei mai tornare a vivere in Tunisia. Anche se ci sono giorni nei quali penso alla mia fuga e mi dico che no, non lo rifarei.  Non dovevo partire. Ma sono giorni, solo alcuni. Qui in Italia non solo c’è mio marito, mia figlia, mio figlio, ma è la terra che mi ha accolta – e bene – tre decenni fa.  Ho tanti amici e interessi. A volte sono in ospedale per tradurre l’arabo per chi è appena arrivato. Magari sono donne che stanno per partorire e diventare madre lontano dalla propria lingua è terribile. Lo faccio volentieri. Spesso sono stata  rappresentante di classe: un modo per conoscere molte persone e sentirmi ben integrata nel tessuto sociale. La mia cucina è ricca di tradizioni diverse: la somma dei due paesi. Certo non potrei più tollerare alcune abitudini tunisine: per esempio la mancanza di igiene su certi alimenti. Qui è impensabile scegliersi il pane toccandone la consistenza, a Tunisi è la norma. Per non parlare delle macellerie: sono convinta che qualunque ufficio di igiene italiano farebbe chiudere parecchi negozi in Tunisia. E a me questa pulizia, questo ordine, piacciono molto. Infatti, dei  miei luoghi di nascita, mi mancano molto gli hammam. Ora ce ne sono anche qui, ma là sono migliori.

          Succede però a volte che mi sveglio e magari è uno di quei giorni in cui sono stanca di questi lavori saltuari, faticosi, e penso che venire in Italia sia stata una scelta un po’ troppo avventata; allora  è sufficiente pensare a una cosa per farmi cambiare idea. Questa cosa è che dove io sono nata non esisteva e non esiste il senso del privato. Che riguardi lo spazio in casa (a qualunque ora può arrivare chiunque senza avvisare prima), o che riguardi le cose della vita (nessun segreto può durare più di una manciata di ore), non esiste un luogo che sia al riparo dagli sguardi, dalle parole, dai giudizi altrui.

          Un’altra cosa che non mi piace è l’assenza di orari e il fatto che nessun appuntamento possa essere rispettato. La parola stessa- appuntamento- è priva di significato. Tutto è sempre aperto a tutti, le persone  vanno e vengono e si offendono per qualunque cosa. E questo è per me intollerabile. Dunque rimango in Italia pur sentendomi talvolta spezzata tra due religioni, due culture e le loro contraddizioni continue. Il risultato- di frequente- è quello di sentirmi altrove, ovunque io sia. Ma quel sentirmi altrove nulla toglie al fatto che ho appreso bene quanto sia importante andare verso l’altro in modo aperto e gioioso. Così ha fatto mia suocera, la mia amatissima suocera, quando mi ha conosciuta, così ho fatto io verso gli italiani anche se erano altro da me. E loro hanno ricambiato e moltiplicato le mie aperture. Ripensandoci, è come se ognuno di noi si fosse affacciato al mondo dell’altro osservando curioso ciò che quel mondo conteneva. Con il desiderio di conoscere, scoprire, mescolare ed imparare. A volte sarebbe più facile stare chiusi nei propri bozzoli rigidi perché si è protetti dalla paura del nuovo, del diverso, ma bisogna essere  tenaci e pazienti come di fronte a un albero a cui è stato fatto un innesto. Da quel taglio, verranno fuori nuove crescite, nuovi frutti, mentre non mutano le radici. Questa cosa dell’innesto me la diceva sempre mio cugino Jemel. Senza il suo appoggio, senza il suo incoraggiamento, chissà mai se sarei riuscita a partire? Grazie, Jemel.

          Osservo mia figlia, questa figlia che entra con la stessa spiritualità in una chiesa o in una moschea, che mi ha insegnato che la fede si moltiplica con un Dio solo che ha nomi diversi. A lungo ho temuto che i miei strappi ricadessero su di lei con troppo dolore, e invece è con stupore e anche gioia che la vedo organizzare un matrimonio musulmano con il suo fidanzato italiano. Lo stanno facendo per gioco ed è un dono consapevole alla vecchia nonna di Ras-djebel. Quel rito mancato, quel buco nel cuore della nonna verrà riparato tanti anni dopo.  So già che quel giorno scatterò molte fotografie, come faccio sempre di fronte a qualcosa di inaspettato. Quando venni in Italia era tutto bianco di neve e io che prima di allora avevo intravisto qualche fiocco sparuto solo una volta per pochi minuti, cominciai a scattare con l’energia e lo stupore dei vent’anni. Mi sembra di sentire ancora quei clic.

Per gentile concessione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre. Il racconto di Leila Kafala e Marilde Trinchero, Leila, è stato pubblicato per la prima volta in Lingua Madre Duemilaundici – Racconti di donne straniere in Italia, a cura di Daniela Finocchi, Edizioni SEB27, Torino 2011 (© Concorso letterario nazionale “Lingua Madre” – Edizioni SEB27)

Marilde Trinchero