Tra Ali e Radici

Il  filo conduttore che attraversa le poesie di questo libro è il tema degli opposti e della loro talvolta complessa conciliazione. Si rincorrono nei versi e nella fiaba che apre la raccolta; a volte sembrano nascondersi, poi emergono potenti, temuti, ma necessari. Luce e buio, dolore e gioia, stupore e rassegnazione: compagni di viaggio che chiedono di essere appresi e attraversati.

Opposti che troviamo già nel titolo. Quanta distanza esiste infatti tra la capacità di volare e andare lontano, e la possibilità di stare ben saldi ancorati al terreno? E quanto, nelle nostre vite, si crea e trasforma facendoli dialogare?

Tra ali e radici è il nome di questa raccolta di poesie e la loro sequenza non è legata al tempo della loro scrittura, ma è scandita  dai diversi ruoli: la figlia, la donna, la madre e la complessità del loro coesistere.

Le parole sono dense dell’esigenza di conoscere l’altro e di conoscersi ed evocano immagini di vento, di lucciole, fiori selvatici, carne e terra. Talvolta si spostano all’interno della casa e possono essere lievi: “Nel silenzio della casa si stiracchiano anche i mobili, il buffet e la vetrina”: o impetuose “Come onde di alta marea arrivano sul divano, di sera, le tue urla contro di lui. Aspetto che la tempesta si plachi”.

Nelle poesie di Rita Proto incontriamo poi lo sguardo mancato di una madre che aveva “Gli occhi persi nei figli che il suo Dio le aveva tolto”, che dunque affondano in lutti che non conoscono riparazioni, dimenticando chi è sopravvissuto dentro un vuoto nel quale risuona – potente – la domanda: “Mi chiedo se avete partorito voi la mia solitudine”. E testimoniano l’amore imperfetto delle madri, delle figlie, degli uomini, delle donne.

E’ arduo essere figlia, diventare donna e poi madre quando il passaggio generazionale si fonda sulla mancanza. Arrivano, in soccorso, con il trascorrere del tempo e la potenza della giovinezza, gli incontri con l’altro, l’amore, l’amicizia: “Zoccoletti e gonne lunghe. Il maglione con il fiore ricamato. Poi, la prima minigonna”. Fondamentali inoltre sono i nutrimenti che giungono dalle parole degli altri, che siano libri o persone, e quell’aggredire la vita (andare verso la vita):“La forza, la rabbia, le donne, la Poesia”.

Possiamo forse immaginare che la possibilità di poter procedere in tanto dolore ereditato, quel fardello di lutti da una generazione all’altra, derivi anche dalla capacità di coltivare non solo nitide parole:“Nel piccolo orto ho messo a dimora fiori selvatici.” E, più avanti: “Voglio essere seme,che la terra sia fertile e il Giardiniere se ne prenda cura”.

La qualità del prendersi cura è  fondamentale quando, nel capitolo Io madre, tornano le crepe che complicano le relazioni: “La cicatrice è il segno che hai abitato le mie stanze” – oppure – “T’ho fatta di rabbia e di amore, di pane e di rose, di cieco furore e placido attracco nei porti”.

Che siano fisiche o emotive, ogni crepa/cicatrice reale o simbolica che compare in  queste poesie, richiama l’arte del Kintsugi, la pratica giapponese che invece di nascondere le fratture di un oggetto quando si rompe, fa esattamente l’opposto: le evidenzia con un materiale d’oro. Perché ogni ferita possa essere lenita, osservata, valorizzata, affinché il suo significato non vada smarrito. Perché un evento traumatico non sia qualcosa per il quale si soccombe, ma che rende più forti e consapevoli, perché il buio non sia l’abisso nel quale si precipita per sempre, ma il luogo nel quale si può tollerare il dolore senza smarrire la speranza.

Ci vuole resilienza per compiere questa operazione, e l’autrice la compie  mescolando le parole con resina laccata e polvere d’oro. Tuttavia, nessuno spazio viene lasciato all’illusione, quando nell’epilogo viene sottolineato: “Non siamo ancora al “cessate il fuoco”: alcuni conti non tornano mai.

Non è ancora giorno dunque, la notte incalza ancora troppo spesso.

Il percorso che si compie leggendo le poesie di Rita Proto, richiama l’installazione “Legarsi alla montagna”, che Maria Lai, nel 1981, ha creato a Ulassai, in Sardegna. Vennero coinvolti tutti gli abitanti del paese che circondarono con un lungo nastro ogni casa e ogni persona. Se i rapporti tra le persone erano di amicizia si annodava il nastro con del pane, dove c’erano conflitti e tensioni ci si prendeva la responsabilità dei medesimi attraverso l’assenza di segni. Un viaggio circolare dunque, che non aveva la pretesa di risolvere antichi rancori di vicinato, ma di srotolare l’autenticità: uno degli obiettivi di qualunque espressione artistica, che si tratti di un’installazione, di un film, di un romanzo, di un quadro o di un libro di poesie.

Le poesie di Rita sono un nastro che attraversa le generazioni, e mostrano quanto tra ali e radici ci possano essere assenze, mancanze, vita, morte, cura, amore, distruzione e riparazione. Testimoniano inoltre una sacrosanta verità: alcuni conti non tornano mai.

Marilde Trinchero

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