Maria Lai: l’ansia d’infinito

“Da bambina, Maria Lai aveva imparato a camminare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di zingari acrobati che si erano fermati nel paese dove viveva per lunghi periodi con gli zii. Solitaria, non frequentava le elementari, passava i pomeriggi a disegnare col carbone. Fino al giorno in cui arrivarono i gitani. Le piaceva molto volteggiare guardando il cielo terso della sua terra, tanto che quando i giocolieri decisero di partire, lei si unì a loro, accucciandosi dentro il carrozzone che andava via.
Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne seguirono molte altre perché, diceva, bisogna sempre mantenere la giusta distanza dagli altri per rimanere se stessi”.

Ho conosciuto la vita e il lavoro di Maria Lai attraverso l’articolo I fili scuciti del mondo, pubblicato in occasione di una retrospettiva a lei dedicata e attraverso i video nei quali si raccontaI suoi maestri furono poeti, scultori, pittori dai quali lei attinse e con i quali si confrontò  mantenendo salde le tradizioni del suo territorio d’origine. Per la sua arte ha usato le parole, i tessuti, le pietre, il pane, la carta e li ha impastati e trasformati usando le mani, il pensiero, il gioco, i telai, la solitudine,  le sofferenze e l’inquietudine di una continua ricerca di sé. Quanto può essere stato rivoluzionario il suo linguaggio, il linguaggio di una donna nata in Sardegna nel 1919? “Sempre ho avuto bisogno di creare distanze tra chi mi ama e me. Il vero amore è quello che aiuta l’altro a essere libero”. In merito alla maternità (non ha avuto figli) disse che niente, nemmeno un figlio, l’avrebbe tolta dal suo pozzo.

Dunque per lei il pozzo non era analogo a quello di Natalia Ginzburg: “Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne”,  bensì più simile alla visione di Alba De Cèspedes: “Credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere….”.

Una bambina che si nasconde nel carrozzone dei gitani è una bambina di certo curiosa di scoprire, ma è anche una bambina che fugge da troppo dolore e troppa solitudine. L’arte ha a che fare con l’oggetto che si crea, ma soprattutto con la capacità di trasformare le emozioni, la sofferenza, qualunque sofferenza, in una storia che può essere raccontata, in un’opera che può essere vista, o in un gesto dalla forte valenza simbolica. A questo proposito, potente è l’installazione  Legarsi alla montagna, per la quale ha coinvolto tutti gli  abitanti di Ulassai, nel 1981. Un lunghissimo nastro che viene passato di casa in casa, da persona a persona, fino alle rocce che costeggiano il paese. Dove esistono rapporti di amicizia il nastro viene annodato o decorato con del pane, dove i rapporti sono tesi, l’assenza di segni rende visibile questa tensione di cui ci si prende la responsabilità in modo pubblico e ci si interroga sul senso della comunità.

Dopo la sua morte, nel 2013, è stato pubblicata l’opera monografica: Maria Lai, l’ansia d’infinito (edizioni Condaghes), che documenta – attraverso due film e un libro –  il percorso artistico di una donna portatrice di una complessa, profonda e preziosa visione del mondo.

http://ilmanifesto.info/i-fili-scuciti-del-mondo/   http://www.artribune.com/2013/04/ascoltando-maria-lai-autoritratto-in-forma-di-racconto/

Marilde Trinchero

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *