Il Tempo del Morire

La storia di Giusto, narrata da Francesco la Rosa nel libro Il tempo del morire, è la storia di una psicoterapia che si snoda su un punto (che è un delirio) cardine: trovare soluzione all’evento della morte. 

La fidanzata di Giusto è morta in seguito a un incidente, a causa del quale lui stesso ha trascorso due mesi in coma, mentre il conducente dell’auto, amico di entrambi, non ha avuto conseguenze di rilievo. Questo lutto  arriva nella vita di Giusto, la cui storia psicologica è già complessa, come una bomba di rabbia e dolore. Bomba che deflagra fino al delirio che comunica durante la prima seduta di psicoterapia:

“Io sono qui, dottore, perché vorrei un certificato…un certificato con cui lei mi garantisce che alla mia morte, le mie cornee, il mio fegato, il mio cuore vengano trapiantati in una donna che a sua volta dovrà impegnarsi, sempre con una sua certificazione, a donare questi stessi organi a un’altra donna così io posso battere la morte due a zero”.

All’interno del libro, curato da Claudio Widman, altri autori riflettono sulla morte: su quanto possa essere puntuale il suo giungere, sui sogni premonitori e sulle trasformazioni che l’accompagnano, sulla medesima come ultimo atto creativo; e trasversalmente, ricordandoci che esiste, compiono quell’operazione che aiuta tutti noi a uscire dall’illusione che la morte non ci riguardi.

Invece non solo ci riguarda, ma è proprio la presenza di quel pensiero e  la tolleranza di quell’angoscia ad esaltare la vita; è la capacità di fare i conti con quel limite, il limite definitivo,  che dà un senso pieno al nostro vivere e un significato al nostro tempo.

Non ce lo ricordiamo mai abbastanza.

«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere» disse James Hillman al termine del suo viaggio. È un impegno che racconta l’umiltà nell’accettare i fatti della vita, e quanto – al contrario di Giusto – non fosse affatto preoccupato di trovare una soluzione all’evento della morte, ma anzi si stesse impegnando ad accoglierla rendendo intenso anche l’ultimo tratto di strada.

Esiste parecchia riluttanza a parlare, scrivere, leggere di morte (e di malattia e di vecchiaia). Teniamo molto lontano qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Qualcosa che di frequente è vissuto come ingiusto, perché molto precoce, o improvviso, o troppo carico di sofferenza. Ma sono numerose – anche tra le persone che hanno vissuto una vita molto lunga e piena – le testimonianze di coloro che rimpiangono un tempo che non sarà più, che sarebbe ancora bello poter vivere. L’esperienza che facciamo di solito è dunque che ne manca spesso un pezzo, che fa troppo male, e  troppa paura.

Elementi che certo non ci aiutano a costruire quella faticosa e fondamentale consapevolezza che si nasce, si vive e ci si congeda.

Marilde Trinchero

 

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