Header
Header

La storia di Giusto, narrata da Francesco La Rosa nel libro Il tempo del morire, è la storia di una psicoterapia che si snoda su un punto (che è un delirio) cardine: trovare soluzione all’evento della morte. 

La fidanzata di Giusto è morta in seguito a un incidente, a causa del quale lui stesso ha trascorso due mesi in coma, mentre il conducente dell’auto, amico di entrambi, non ha avuto conseguenze di rilievo. Questo lutto  arriva nella vita di Giusto, la cui storia psicologica è già complessa, come una bomba di rabbia e dolore. Bomba che deflagra fino al delirio che comunica durante la prima seduta di psicoterapia:

“Io sono qui, dottore, perché vorrei un certificato…un certificato con cui lei mi garantisce che alla mia morte, le mie cornee, il mio fegato, il mio cuore vengano trapiantati in una donna che a sua volta dovrà impegnarsi, sempre con una sua certificazione, a donare questi stessi organi a un’altra donna così io posso battere la morte due a zero”.

All’interno del libro, curato da Claudio Widmann, altri autori riflettono sulla morte: su quanto possa essere puntuale il suo giungere, sui sogni premonitori e sulle trasformazioni che l’accompagnano, sulla medesima come ultimo atto creativo; e trasversalmente, ricordandoci che esiste, compiono quell’operazione che aiuta tutti noi a uscire dall’illusione che la morte non ci riguardi.

Invece non solo ci riguarda, ma è proprio la presenza di quel pensiero e  la tolleranza di quell’angoscia ad esaltare la vita; è la capacità di fare i conti con quel limite, il limite definitivo,  che dà un senso pieno al nostro vivere e un significato al nostro tempo.

Non ce lo ricordiamo mai abbastanza.

«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere» disse James Hillman al termine del suo viaggio. È un impegno che racconta l’umiltà nell’accettare i fatti della vita, e quanto – al contrario di Giusto – non fosse affatto preoccupato di trovare una soluzione all’evento della morte, ma anzi si stesse impegnando ad accoglierla rendendo intenso anche l’ultimo tratto di strada.

Esiste parecchia riluttanza a parlare, scrivere, leggere di morte (e di malattia e di vecchiaia). Teniamo molto lontano qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Qualcosa che di frequente è vissuto come ingiusto, perché molto precoce, o improvviso, o troppo carico di sofferenza. Ma sono numerose – anche tra le persone che hanno vissuto una vita molto lunga e piena – le testimonianze di coloro che rimpiangono un tempo che non sarà più, che sarebbe ancora bello poter vivere. L’esperienza che facciamo di solito è dunque che ne manca spesso un pezzo, che fa troppo male, e  troppa paura.

Elementi che certo non ci aiutano a costruire quella faticosa e fondamentale consapevolezza che si nasce, si vive e ci si congeda.

Marilde Trinchero

In apertura al libro Nel dominio del padrebambini e bambine ostaggi delle separazioni – scritto da Daniela Lucatti, Elena Liotta, Massima Baldocchi-(Magi Edizioni),- La Difensora civica, Regione Toscana e Presidente del Coordinamento nazionale dei difensori civici regionali e delle province autonome, Lucia Franchini – sottolinea che: “Esiste una dualità, ormai accettata, con partecipazione o rassegnazione a seconda dei momenti, ossia le dichiarazioni di principio, le sottoscrizioni di atti comunitari, i corsi di formazione e i convegni e, dall’altro, nell’agire quotidiano di quelle stesse istituzioni ed operatori la disattenzione e l’annullamento di tutto ciò che collettivamente e mediaticamente assumiamo come criteri guida delle nostre azioni. Esiste cioè uno scarto evidente tra i due livelli, teorico e giuridico da un lato, e pratico e di costume, dall’altro, tra la nitidezza delle proclamazioni e l’ambiguità delle loro realizzazioni.”

E’ in questo scarto che un sistema patriarcale, tutt’altro che superato, contribuisce a perpetuare violenza su donne e bambini. Maltrattamenti e violenze amplificate dall’omertà, all’interno del sistema stesso, nei confronti dell’uomo maltrattante. Talvolta anche da parte delle donne e delle istituzioni sanitarie, socio-educative e giuridiche. Omertà che certo non aiuta la già di per sé complessa battaglia contro quella violenza qui descritta attraverso storie di separazione – dolorose e lunghe storie di separazione – paradigmatiche di tante altre. Oppure, dall’altra parte, un non dire che diventa un dire troppo, dire e mostrare a sproposito. Come l’assenza di tutela della privacy di un bambino,  descritta all’interno del capitolo “la violenza assistita”, bambino che in seguito a un contrasto fra i genitori, viene prelevato a scuola dalla polizia mentre tutta l’operazione è ripresa dalle telecamere.

In merito a questo episodio l’Unicef ha dichiarato:“Il mondo degli adulti non ha saputo tutelare questo bambino. I diritti dell’infanzia sono parole vuote se non vengono calati non solo nelle leggi e nelle politiche, ma anche nelle prassi operative, nella quotidianità di vita, anche quando i genitori sono in conflitto”.

Con parole diverse l’Unicef ha detto la stessa cosa di Lucia Franchini.

Le autrici del libro sono concordi nel ritenere che non ci sia stato negli ultimi anni un aumento dei casi di violenza, ma che sia aumentato invece il numero delle denunce. Il lavoro svolto nel tempo dai gruppi di donne nei Centri Antiviolenza ha contribuito ad incrementare la consapevolezza che è possibile fuggire da queste gabbie, fornendo strumenti per trovare il coraggio di uscire allo scoperto.

E’ però fondamentale che sempre più uomini prendano posizione e prendano distanza da quel tipo di cultura che legittima la violenza. Uomini che contribuiscano, a fianco delle donne, ad un rinnovamento sociale nel quale non ci sia spazio per parole come dominio o ordine gerarchico tra i sessi. Uomini che si assumano la responsabilità di interrogarsi sulla propria identità, e di stare in una relazione più autentica e responsabile con le donne.

La nascita dello psicodramma risale agli anni ‘20 grazie a Jacob Levi Moreno, psichiatra, pioniere della psicoterapia di gruppo e del teatro d’improvvisazione. Moreno sviluppò la sua teoria psicodrammatica valorizzando la spontaneità, la creatività e la catarsi. In seguito si sono diffusi altri approcci di stampo analitico, ognuno con la propria specificità. Tuttavia l’elemento comune è un lavoro effettuato in gruppo, in cui vi è un continuo alternarsi tra il discorso verbale e il concretizzarsi di questo in “scene” – chiamate “giochi” – che consistono nella drammatizzazione di momenti reali o immaginati o sognati.

Lo psicodrammatista conduce la sessione del gruppo e guida i giochi. Questa rappresentazione nella quale è chiamato in campo anche il corpo, facilita l’integrazione tra aspetti del mondo interno ed esigenze della realtà, contribuisce inoltre a promuovere spontaneità e benessere ammorbidendo e trasformando aspetti troppo a lungo cristallizzati. Anche se naturalmente l’obiettivo varia a seconda che il contesto sia educativo, psicoterapeutico, formativo, di sostegno o di prevenzione: lo scopo è quello di coltivare lo spazio di riflessione e l’autenticità della relazione fra sé e sé e fra sé e gli altri.

Non è facile essere esaustivi scrivendo di Psicodramma, forse proprio perché è un metodo psicoterapeutico che privilegia l’azione alla parola o forse perché, come per altre esperienze della vita, la cosa migliore sarebbe quella di …farne esperienza. Tuttavia Enrico David Santori, psicologo, psicoterapeuta, psicodrammatista, ha scritto un libro, un gran bel libro, imperdibile per chiunque desideri conoscere meglio questo metodo.

ll nero e il bianco -cinque ritratti clinici di donna in un gruppo di psicodramma- (Edizioni Magi 2015) è un’opera che mescola storie di vita, attività psicoterapeutica  e letteratura e che restituisce al lettore l’atmosfera – così difficile da spiegare a chi non la sperimenta – che si crea in un gruppo di psicodramma. L’autore inoltre riesce a coniugare abilità clinica e narrativa senza mai scivolare nell’intellettualizzazione: tranello diffuso nella scrittura di casi clinici.

Attraverso le parole di Santori entriamo dunque nelle vite di Elettra, Zoe, Vera, Dorothy e Alma – donne di età ed esperienze di vita eterogenee – che si immergono in quella che è stata la motivazione principale dell’autore nel proporre un gruppo di psicodramma a Vibo Valentia: “Offrire a 5 persone un contenitore dove l’incontro, la ricerca della verità, e il rispecchiamento empatico fossero al centro dell’esperienza”.

Procedendo nella lettura del libro e accompagnando di pari passo le loro vite, si può quasi toccare con mano quanto – attraverso il gruppo, i gesti simbolici proposti dal conduttore, e la potenza di alcuni rituali suggeriti – siano significative le trasformazioni nella storia personale di ciascuna donna. Naturalmente  la storia di Elettra e delle sue compagne ha caratteristiche specifiche dovute all’essere donna, vivere a Vibo Valentia e dintorni – luoghi – come scrive l’autore nella premessa, nei quali la ‘ndrangheta fa sì che il concetto di gruppo sia innanzitutto concetto di clan. Quale sfida dunque, proprio in questi luoghi, lavorare sull’autenticità e sulla verità? Emerge da queste pagine una sfida pienamente vinta, caratterizzata da contenuti che hanno colori opposti, come suggerisce il titolo, e che – come accade in ogni gruppo – (da Nord a Sud, composto da uomini o da donne), hanno bisogno di integrazione. Che si tratti di senso di colpa, di segreti di famiglia, oppure della difficoltà ad abitare il proprio corpo e di  vivere la femminilità, la sessualità; che si tratti di fare i conti con la difficoltà a gestire il denaro o il potere proprio o altrui, quello che Santori mostra con questo libro è quanto appartenere a un gruppo smuova energie e forza. E quanto, specchiarsi nello sguardo benevolo degli altri e condividere difficoltà e paure, sia utile a smaltire traumi antichi, ad assumersi la responsabilità del dolore del vivere, imparando ad avere cura di se stessi, spogliando l’incontro con sé e con l’altro da rigide maschere che impediscono l’autenticità e la verità.

Antonella Vietti – Marilde Trinchero

Il  filo conduttore che attraversa le poesie di questo libro è il tema degli opposti e della loro talvolta complessa conciliazione. Si rincorrono nei versi e nella fiaba che apre la raccolta; a volte sembrano nascondersi, poi emergono potenti, temuti, ma necessari. Luce e buio, dolore e gioia, stupore e rassegnazione: compagni di viaggio che chiedono di essere appresi e attraversati.

Opposti che troviamo già nel titolo. Quanta distanza esiste infatti tra la capacità di volare e andare lontano, e la possibilità di stare ben saldi ancorati al terreno? E quanto, nelle nostre vite, si crea e trasforma facendoli dialogare?

Tra ali e radici è il nome di questa raccolta di poesie e la loro sequenza non è legata al tempo della loro scrittura, ma è scandita  dai diversi ruoli: la figlia, la donna, la madre e la complessità del loro coesistere.

Le parole sono dense dell’esigenza di conoscere l’altro e di conoscersi ed evocano immagini di vento, di lucciole, fiori selvatici, carne e terra. Talvolta si spostano all’interno della casa e possono essere lievi: “Nel silenzio della casa si stiracchiano anche i mobili, il buffet e la vetrina”: o impetuose “Come onde di alta marea arrivano sul divano, di sera, le tue urla contro di lui. Aspetto che la tempesta si plachi”.

Nelle poesie di Rita Proto incontriamo poi lo sguardo mancato di una madre che aveva “Gli occhi persi nei figli che il suo Dio le aveva tolto”, che dunque affondano in lutti che non conoscono riparazioni, dimenticando chi è sopravvissuto dentro un vuoto nel quale risuona – potente – la domanda: “Mi chiedo se avete partorito voi la mia solitudine”. E testimoniano l’amore imperfetto delle madri, delle figlie, degli uomini, delle donne.

E’ arduo essere figlia, diventare donna e poi madre quando il passaggio generazionale si fonda sulla mancanza. Arrivano, in soccorso, con il trascorrere del tempo e la potenza della giovinezza, gli incontri con l’altro, l’amore, l’amicizia: “Zoccoletti e gonne lunghe. Il maglione con il fiore ricamato. Poi, la prima minigonna”. Fondamentali inoltre sono i nutrimenti che giungono dalle parole degli altri, che siano libri o persone, e quell’aggredire la vita (andare verso la vita):“La forza, la rabbia, le donne, la Poesia”.

Possiamo forse immaginare che la possibilità di poter procedere in tanto dolore ereditato, quel fardello di lutti da una generazione all’altra, derivi anche dalla capacità di coltivare non solo nitide parole:“Nel piccolo orto ho messo a dimora fiori selvatici.” E, più avanti: “Voglio essere seme,che la terra sia fertile e il Giardiniere se ne prenda cura”.

La qualità del prendersi cura è  fondamentale quando, nel capitolo Io madre, tornano le crepe che complicano le relazioni: “La cicatrice è il segno che hai abitato le mie stanze” – oppure – “T’ho fatta di rabbia e di amore, di pane e di rose, di cieco furore e placido attracco nei porti”.

Che siano fisiche o emotive, ogni crepa/cicatrice reale o simbolica che compare in  queste poesie, richiama l’arte del Kintsugi, la pratica giapponese che invece di nascondere le fratture di un oggetto quando si rompe, fa esattamente l’opposto: le evidenzia con un materiale d’oro. Perché ogni ferita possa essere lenita, osservata, valorizzata, affinché il suo significato non vada smarrito. Perché un evento traumatico non sia qualcosa per il quale si soccombe, ma che rende più forti e consapevoli, perché il buio non sia l’abisso nel quale si precipita per sempre, ma il luogo nel quale si può tollerare il dolore senza smarrire la speranza.

Ci vuole resilienza per compiere questa operazione, e l’autrice la compie  mescolando le parole con resina laccata e polvere d’oro. Tuttavia, nessuno spazio viene lasciato all’illusione, quando nell’epilogo viene sottolineato: “Non siamo ancora al “cessate il fuoco”: alcuni conti non tornano mai.

Non è ancora giorno dunque, la notte incalza ancora troppo spesso.

Il percorso che si compie leggendo le poesie di Rita Proto, richiama l’installazione “Legarsi alla montagna”, che Maria Lai, nel 1981, ha creato a Ulassai, in Sardegna. Vennero coinvolti tutti gli abitanti del paese che circondarono con un lungo nastro ogni casa e ogni persona. Se i rapporti tra le persone erano di amicizia si annodava il nastro con del pane, dove c’erano conflitti e tensioni ci si prendeva la responsabilità dei medesimi attraverso l’assenza di segni. Un viaggio circolare dunque, che non aveva la pretesa di risolvere antichi rancori di vicinato, ma di srotolare l’autenticità: uno degli obiettivi di qualunque espressione artistica, che si tratti di un’installazione, di un film, di un romanzo, di un quadro o di un libro di poesie.

Le poesie di Rita sono un nastro che attraversa le generazioni, e mostrano quanto tra ali e radici ci possano essere assenze, mancanze, vita, morte, cura, amore, distruzione e riparazione. Testimoniano inoltre una sacrosanta verità: alcuni conti non tornano mai.

 

Marilde Trinchero

 

 

Tempo fa avevo scritto la prefazione del libro I piccoli e i grandi – racconti come un caffè, il quale al momento non è disponibile. Ne stanno riorganizzando la vendita sul sito genitoricrescono.

Intanto, chi lo desidera, può leggere qui a seguito la prefazione.

 

Quando mi è giunto l’invito di scrivere la prefazione di questo libro ho accettato con entusiasmo conoscendo da tempo, da quando il sito è nato cinque anni fa, la serietà con la quale le autrici e i vari collaboratori trattano gli argomenti inerenti la genitorialità. Il nome stesso del sito – genitoricrescono – suggerisce una visione del crescere un figlio slegata dall’antico comandamento, tuttora attivo in alcune sacche resistenti, che il compito sia appannaggio delle madri. Eppure,  già nel 1980,  John Bowlby,  psicoanalista inglese, aveva scritto per una conferenza sull’ essere genitori: “ Voglio anche sottolineare che, nonostante pareri contrari, occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona singola”. L’aveva rimarcato in seguito alle critiche ricevute sulla  teoria della base sicura, per la quale si era basato sulla relazione madre/bambino, sminuendo l’importanza di altre figure: il padre, una balia, i nonni.

Ci sono due immagini che ben descrivono la relazione con un figlio: uno spazio e un ponte.  Un bambino che nasce occupa uno spazio, sia esterno:  con il suo corpo, i suoi abiti, i suoi giochi, e tutti gli oggetti utili alla sua crescita, sia interno: le emozioni e i pensieri attivati dalla sua presenza della nostra vita. E attraverso la relazione con un figlio costruiamo un ponte che ci accompagna negli infiniti attraversamenti. Tra sé e l’altro, dall’altro a sé. Prestando, auspicabilmente, attenzione alla giusta distanza. Perché troppo lontano fa male, troppo vicino fa male uguale. Naturalmente le vicinanze e le distanze sono diverse a seconda delle diverse fasi di vita, è banale dirlo ma nel dubbio è meglio ricordarlo.

E dunque rimuginavo di  ponti e di spazi, pensando alla gestazione di questa prefazione, ancora in attesa di leggere il libro che mi sarebbe giunto di lì a breve. Sui ponti mi annotavo di ricordare che è bene costruirli con solide fondamenta poiché l’adolescenza (che non è una fase della vita, bensì una tipa un po’ così) trova parecchio divertente buttare un po’ di bombe, colpendoli con precisione millimetrica. Dunque se i ponti sono solidi la relazione ne esce un po’ ammaccata, ma regge bene: qualche crepa, qualche calcinaccio, ma in seguito ci sarà una vita intera per assestare e riparare, per fortuna. E si potrà poi transitare di qua e di là agevolmente.

Ero quindi in attesa di una serie di articoli caratterizzati dallo stile che conoscevo: documentati, equilibrati, e vigili sui luoghi comuni che imbrigliano e tradiscono  la verità sull’essere genitori, oltre a renderne più faticoso il compito.

Poi è arrivato il file.

Di  racconti.

Panico.

Non sarò mai, mai in grado di scrivere una prefazione per dei racconti, accidenti, è proprio come per un figlio: ti immagini una cosa e poi magari è un’altra.

Sono andata dunque a rileggermi il messaggio che avevo ricevuto: era chiarissimo, parlava di racconti.

E’ proprio  come con un figlio, ti pare di ascoltare, osservare, prestare attenzione, e invece talvolta procedi su binari prestabiliti, dai le cose per scontate, e inciampi nelle incomprensioni.

                                                                                                                                                    

Decido di entrare comunque nelle parole degli altri, in punta di piedi, per non sciuparle. Scopro così che i racconti mi avvolgono, conducendomi nei diversi approdi della genitorialità, impedendomi di lasciarli fino a quando non arrivo all’ultimo. Si narra di mancanza di sonno e delle storie cariche di equivoci che ne possono nascere, di padri depressi che fanno intravedere quasi per caso un passato felice; si sorride con le  banalità di coloro (troppi) che all’annuncio di una gravidanza sono muniti di entusiasmo inversamente proporzionale al numero dei figli. Si ricordano i sapori e gli odori della passata di pomodoro preparata in un tinello rovente al quinto piano: irrinunciabile rito familiare. Si percorre un corridoio buio di una colonia estiva, insieme a una bambina e alle sue paure che si ingigantiscono nella notte lontano dai riferimenti abituali della casa con i genitori. E si corre, insieme a un bambino vittima dell’agonismo estremo, metafora di vita. Si  recupera la memoria della madre attraverso i messaggi che la donna ha  lasciato in rete, e  si soffre di solitudine insieme a un bambino che la racconta, ed è così corposa quella solitudine che viene voglia di stringerlo tra le braccia quel bambino. Poi, d’improvviso, le parole narrano quanto  potente possa essere il desiderio in un incontro casuale, desiderio che non è governabile come invece succede seguendo i suggerimenti del prontuario di seduzione della madre di famiglia felicemente sposata, uno dei primi esilaranti racconti. E come non ridere con il Direttore dell’Archivio Buoni Propositi Genitoriali? Ciascuno di noi ne ha un lungo elenco … sistematicamente disatteso. Procedendo nella lettura ci si ritrova ad accompagnare un ragazzo ormai cresciuto al centro estivo, mentre il corpo stesso racconta lo strappo dei saluti. E si va in vacanza in inquietanti camper, verso un’infruttuosa ricerca degli antenati di famiglia. Si procede dunque verso la conclusione accompagnati dal timore di essere una pessima madre e dal desiderio di sparire, senza che nessuna soffra, come se la relazione non fosse mai esistita. Si incontra poi Sara, giunta in sogno a farsi leggere una fiaba, che rinnova il dolore della sua mancata nascita sette anni prima. Lo rinnova e lo scioglie un po’. Chiude la carrellata di racconti la Cooperativa dei Coltivatori di Pesche Nettarine, all’interno della quale prosperano le dinamiche di potere tristemente note in tanti ambienti di lavoro.

Il potere, la paura, la solitudine, il desiderio, l’inadeguatezza, l’amore, la speranza, il dolore, i riti familiari.

Si ride, si pensa, ci si commuove, si riflette.

E’ proprio come con un figlio: ti immagini una cosa e poi è un’altra. A volte anche  più divertente.

Questi racconti sono voci – e ne abbiamo ancora un gran bisogno – che esulano dai cori consueti: quelli che  raccontano che la maternità e la paternità sia un viaggio di sole tinte pastello. La genitorialità è molto di più invece: è un allenamento continuo a spogliare un figlio da quell’ideale che ciascuno di noi ha in mente, con il quale rischiamo ogni giorno – se non prestiamo sufficiente attenzione – di vestirlo, quel figlio. La genitorialità è l’impegno che si produce quotidianamente nel fornire a un figlio lo spazio che si merita di cure, di attenzioni, di pensieri, di educazione. La genitorialità è fatica: di quando sei stanco e vorresti fare qualunque cosa tranne che occuparti di quel figlio e dei suoi legittimi bisogni. La genitorialità è paura, terrore a volte: che quel figlio si ammali, che soffra fisicamente e/o emotivamente, perché l’ impotenza che provi in quei momenti è di gran lunga peggiore di qualunque dolore che hai provato per te. La genitorialità fa i conti con l’indicibile: che quel figlio muoia prima di te, che l’hai messo al mondo. Uno schianto per cui non esiste nome. La genitorialità è una burrasca che talvolta aumenta di intensità con il numero dei figli, e che quando si placa permette di vedere quante cose preziose si sono imparate durante quelle giornate storte. Perché un figlio ci fa inciampare, ci insegna, ci mette a contatto con il limite. Un figlio ci accompagna, mentre noi genitori accompagniamo lui per i percorsi della vita, dell’amore. Ci riempie, ci nutre tantissimo, specie quando noi siamo così fragili da chiedergli che sia il nostro unico nutrimento. Un figlio è tanto, tantissimo, ma non dovrebbe mai essere tutto. Perché quel tutto crea al figlio troppa sofferenza e mantiene socchiuse per noi porte importanti. La genitorialità è un viaggio colorato, di risate, di impronte del passato e proiezioni nel futuro; è uno scoperta continua dell’altro e mentre scopri l’altro conosci davvero te. La genitorialità è un bivio: si può scegliere di non diventare mai genitori e vivere una vita piena e creativa. Ma se si prende quella strada è bene essere consapevoli che i messaggi che tuttora arrivano sulla genitorialità la tradiscono continuamente, perché tacendone le parti oscure o ponendo troppo l’accento sulle prestazioni: dei padri, delle madri, dei figli,  ne danno una visione parziale, incompleta. Ne tradiscono la bellezza.

Marilde Trinchero

download

Considerando il numero di volte in cui si possono leggere o ascoltare parole come “prova costume” oppure “che corpo vuoi per l’estate”, credo sia arrivato il momento di rispolverare alcune frasi che avevo scritto tempo fa a proposito del corpo.

“Il corpo è soggetto a una tale moltitudine di pressioni esterne che diventa essenziale prestare molta attenzione alla propria voce. (…)
Dobbiamo reimparare il corpo e per far questo è forse utile ricordare un elemento importante. Il piacere.
Il piacere di un corpo che balla, corre, si muove con energia. Il piacere di un corpo che canta, piange, ride, e racconta non per essere visto ma perché sente. Il piacere di un corpo accudito e curato, perché la morbidezza di un massaggio o di una crema addolciscono la vita o perché il corpo sta invecchiando e ha bisogno di attenzioni in modo tale che possa percorrere ancora un bel pezzo di strada. Il piacere di un nuovo taglio di capelli, di quel rossetto o di quella scarpa. Il piacere di un corpo che gode, con i suoi limiti, le sue imperfezioni. Gode di una passeggiata in un luogo sconosciuto, gode dell’incontro con un altro corpo, nell’eterno e benedetto gioco della seduzione, gode di un cibo, una carezza, un tessuto morbido che lo avvolge, un buon bicchiere di vino, una lunga dormita, il tepore di un abbraccio, i muscoli tonici dopo la palestra, la piscina. Gode. Prova piacere. E’ autentico. Vivo”.

Marilde Trinchero

 

Tempo fa, leggendo il romanzo di Catherine Dunne, La metà di niente, mi colpì una frase che diceva: ”mentre aspettava che gli impasti lievitassero ripensò alla sua vita. Non si era mai data il tempo di capire cosa desiderava veramente, indipendentemente dagli altri. Rose si domandò come avrebbe potuto un bambino essere un adulto diverso. Come si può imparare a plasmare se stessi? Per la prima volta nella sua vita Rose si sentì adulta. Era come le fosse caduto un velo dagli occhi. Vedeva la sua vita futura molto diversa. Come una seconda possibilità. Ecco qual era la differenza. Ecco come s’imparava a plasmare se stessi. C’erano scelte da fare e non solo strade da seguire.”

 

Anch’io mi chiedo: come si può imparare a plasmare se stessi?

Se ci limitiamo ad osservare gli altri, muovendoci sulle orme che hanno lasciato, ci possiamo sentire rassicurati, ma rischiamo di modellarci a loro immagine, di proporre una copia dell’originale. E di perderci, tradendo la nostra unicità.

All’opposto addentrarci troppo presto in territori sconosciuti, senza il necessario allenamento e la consolidata esperienza, può spingerci a costruire una corazza difensiva capace di proteggere dalla paura e dalla solitudine, ma anche di alienare parti autentiche. Si corre il rischio di non conoscere davvero se stessi.

Uscire dalle strade già tracciate per inoltrarsi su nuovi sentieri, non è cosa facile. Ci vogliono fermezza e fiducia.

E la spinta a scegliere.

E’ intorno alla consapevolezza della scelta che il laboratorio espressivo, “Oltre le parole. Luoghi naturali del sé”, si sviluppa o, più precisamente, intorno alla consapevolezza e alla scelta, perché, ritengo, che ogni scelta conduca a una nuova consapevolezza e la consapevolezza renda possibile la scelta.

Scegliere è in relazione a parole quali libertà, volontà, autodeterminazione e, tra i suoi sinonimi, troviamo verbi come distinguere, selezionare, preferire. Tutte parole che evocano una possibilità trasformativa e che necessitano della capacità di ascolto per diventare concrete. Ascoltare i bisogni, i desideri, le paure, le rabbie, i pezzi che di noi neghiamo, le credenze limitanti, i sogni… ascoltare insomma i luoghi naturali del sé, quel nostro mondo interno popolato di emozioni, sentimenti, pensieri che danno forma alle parti diverse di noi, che ci rendono unici e ci spingono a crescere.

L’educazione all’ascolto di sé è un processo lento, continuo, variegato. E’ un fluire leggero che, come un soffio, momento dopo momento, disegna una duna e cambia gradualmente la nostra vita. E’ una mappa che indica una direzione, traccia un percorso quasi mai lineare, organizzato in un tempo non sempre definibile, fatto di momenti in cui si avanza a passo spedito, altri in cui la meta sembra irraggiungibile; di istanti in cui ci si accorge di aver imboccato un sentiero sbagliato o in cui si ha la sensazione di non sapere come procedere e ci si ferma smarriti, per poi trovare nuove energie per esplorare oltre i confini raggiunti.

Un viaggio che è anche la mia storia e la storia di tante persone che hanno voglia di cercare, di cercarsi.

Sperimenteremo non solo le parole come strumenti per allenarci all’ascolto, al rispetto e al riconoscimento di noi stessi, dei nostri luoghi naturali, ma anche altri possibili canali d’accesso al nostro sentire, alla nostra storia, alle nostre risorse: immagini, tecniche corporee, respiro.

Nella fretta del quotidiano e degli impegni incombenti, corriamo spesso senza sosta, permettendoci di respirare solo quando tutto è sistemato.  La fine di un anno, il Natale, e a seguire un nuovo anno che inizia, sembrano accelerare ulteriormente questa corsa perché nulla sfugga e tutto sia compiuto. Nel tentativo di tenere tutto in equilibrio trascuriamo spesso i nostri ritmi interni e ci allontaniamo dall’impegno con noi stessi, rischiando di perdere di vista il senso profondo e la bellezza di un tempo circolare che ha una fine per poi ricominciare in un nuovo inizio e con nuove energie.

 

Essere persona non è qualcosa che si può fare. Non è una performance.

 Richiede il fermarsi, prendere il tempo per respirare e sentire.”

 A. Lowen

 

Dott.ssa Claudia Sibona

unnamed (6)

La parola ritmo è di derivazione greca. Suggerisce l’idea del movimento cadenzato e insieme del fluire, dello scorrere. L’immagine che richiamavano i Greci è quella del movimento della lunga tunica di una donna che cammina.

Il ritmo è centrale nell’esistenza umana: a partire dal battito del nostro cuore, tutta la nostra vita è accompagnata da un sottofondo di suoni e movimenti ritmici che giocano un ruolo importante non solo nei processi vitali, ma anche in quelli cognitivi; ogni scambio ritmico è un processo di trasformazione.

Taluno ha affermato che la vita è l’espressione di una pulsazione: in effetti essa è costituita dal continuo alternarsi di inspirazioni ed espirazioni che con il loro ritmo scandiscono la nostra esistenza sottolineando con l’affanno i momenti di fatica, con i sospiri i momenti di preoccupazione, con lo sbuffare quando non ne possiamo più, con un respiro calmo e profondo il rilassamento, con l’apnea gli attimi di terrore.

Anche il cuore col suo pulsare ritmico scandisce il tempo e le emozioni della nostra vita: il cuore ci accompagna fin da quando la nostra essenza stessa comincia a prendere forma, creando una integrità fra noi e nostra madre, trasferendo in noi il ritmo del suo battito e legandoci a lei, nei lunghi mesi della gestazione. Il battere del cuore ci accompagna nella nostra esistenza prima ancora che nella vita, regalandoci batticuore nei momenti di gioia o palpitazione nei momenti di paura.

guarda il video

La nostra epoca è largamente caratterizzata dalla disarmonia, espressa in molte forme di squilibrio. Il lavoro sulla coscienza individuale è molto importante per ristabilire il giusto ordine dentro di noi, che possa servire al benessere personale e della collettività.

Questo genere di consapevolezza invita a lavorare sul ritmo, un’attitudine da coltivare nella propria esistenza. Le vie per raggiungerla sono molteplici e non sono le stesse per tutti.

Una volta che si è aperta la via della conoscenza interiore, la ricerca del ritmo e il suo mantenimento sono due atteggiamenti imprescindibili per la propria crescita.

Il ritmo impedisce la perdita della consapevolezza; senza di esso, la confusione prende facilmente il sopravvento. I nemici del ritmo sono gli innumerevoli vizi della mente, come pensieri ricorrenti e negativi, una scarsa attenzione al corpo e ai suoi bisogni, alla qualità delle relazioni e un’errata gerarchia di valori stabilita nella propria vita. Esiste un rapporto circolare tra tali fattori e il ritmo.

Il vero cambiamento si può ottenere soltanto stabilendo e coltivando un ritmo nella propria vita.

Dott.ssa Elena Boccon

Stampa

 

Non sperimentiamo la vita:
la pensiamo, la immaginiamo, la subissiamo di opinioni
(Joko Beck Charlotte –Everyday zen 1989)

Il filo conduttore del gruppo descritto nella locandina, sarà quello di focalizzare l’attenzione alla persona come unità mente- corpo e spirito.
Nella visione olistica le diverse parti si considerano in stretta correlazione, per cui il cambiamento di una di esse influenza anche le altre. Partendo da questa naturale multidimensionalità dell’uomo, diventa possibile utilizzare diverse porte di accesso per prendere coscienza di cosa ci sta accadendo e per promuovere un cambiamento.
Verranno proposte attività per la quali si useranno i materiali dell’arte terapia, le parole, l’ascolto, il respiro, le immagini e il corpo e verranno proposti esercizi di mindfulness, intesa come “stato di consapevolezza del presente”. E’ un’attenzione definibile come “focalizzata, rivolta al momento presente e non categorizzante” (Kabat-Zinn 2012,1). Orientata dunque in modo esclusivo verso un oggetto (il proprio respiro, un suono, una persona con cui stiamo parlando…) e rivolta al momento presente: nel qui e ora.
Un’attenzione priva di categorie, giudizi e bisogno di comprensione. Non ha a che fare quindi con abilità cognitive, ma con la presenza, con l’attenzione a sé e agli altri, non selettiva, né giudicante. Il punto fondamentale riguarda il mantenersi ben radicati nelle esperienze che si stanno attraversando.

Il primo ancoraggio per restare nel presente è connettersi all’esperienza corporea, in particolare alla presenza del respiro.

I riferimenti teorici e metodologici sono molti, ma in sintesi si può dire che si tratta di un incrocio tra le ultime scoperte psicobiologiche basate principalmente sulle influenze generate dalla dopamina, serotonina e noradrenalina sulla personalità e sulle psicopatologie. (Per chi fosse interessato i maggiori riferimenti come ricercatori sono: Paul MacLean, Jaak Panksepp,, Siever e Davis, Eysenck, Esposito e Liguori, Cloninger). Più in generale le tantissime scoperte della neuropsicologia, incrociate con “pratiche” che agiscono attraverso il corpo sulle strutture psicofisiologiche. Queste pratiche sono principalmente pratiche di consapevolezza psicosomatica (per cui non sono tecniche di rilassamento anche se naturalmente si possono usare con lo scopo di rilassarsi).
Grazie allo sviluppo delle neuroscienze si è data una validazione scientifica a pratiche che in altre culture (orientali), si sono sviluppate largamente molti anni or sono.
Uno tra i tanti che ha fatto ricerche sugli effetti della consapevolezza psicosomatica è Daniel Siegel (neuropsichiatra che dirige il Mindshight Institute of California di Los Angeles) che evidenzia come il lavoro di consapevolezza apra nuovi sentieri neuronali, favorisca la resilienza e la capacità di padronanza di sé, sviluppi una maggiore plasticità neuronale e un aumento di connessioni neuronali che ampliano la capacità di fronteggiare le esperienze faticose o traumatiche.

Varie pratiche meditative sono state molto studiate (le ricerche scientifiche non possono studiare la meditazione in sé, ma ne studiano gli effetti) e rispetto alla meditazione che ci porta a stare in uno stato di presenza e consapevolezza (chiamata da noi occidentali MINDFULNESS, ma è nella cultura indiana l’antichissima VIPASSANA) ha avuto oltre 600 validazioni a livello internazionale.

– Gli effetti emersi dalle ricerche sono:
– un bilanciamento del sistema simpatico e parasimpatico
– aumento della risposta immunitaria
– cambiamento nei pattern di coerenza
– sensazione di benessere e relax
– effetti sulla stabilità emotiva
– ribilanciamento dei neurotrasmettitori nel caso vi siano sbilanciamenti

Dott.ssa Antonella Vietti –Marilde Trinchero.

Designed by NattyWP